Violenza sulle donne: la relazione perversa in un’ottica psicoanalitica

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La violenza di genere è un fenomeno di cui difficilmente si può parlare facendo solo riferimento alle dinamiche interne di personalità dell’uomo violento e della donna vittima, in quanto è un complicato intreccio tra dinamiche intrapsichiche, interpsichiche e intersoggettive. La mia formazione ed esperienza con donne vittime di violenza che unisce un’ottica sociale, psicologica e giuridica va a fondersi con l’ottica psicoanalitica con cui mi sono formata e con cui lavoro.

In questo articolo è mia intenzione focalizzarmi, seppur brevemente, visto il contesto, sui contributi che la psicoanalisi ci ha fornito per capire cosa può accadere in questo tipo di relazioni perverse, in cui un uomo continua, anche per anni, a perpetrare violenze fisiche, psicologiche, sessuali e una donna continua a subirle.

Molto spesso si sente dare alla donna l’attributo di “masochista”. Ma possiamo realmente parlare di relazione sadomasochistica? Nel masochismo entrambe le parti provano piacere, mentre in questo caso la donna prova un vero e proprio caos di dolore, sconcerto, paura per sé, paura per i figli, depressione, senso di colpa, illusione di poter guarire o cambiare il partner. Nella relazione sadomasochistica c’è un’inversione di ruoli, che in questo caso non c’è mai. Accusare la donna di masochismo, o far passare questa comunicazione anche attraverso il non verbale, non fa altro che biasimare, colpevolizzare la vittima; come sostiene Nancy McWilliams “come se essa stessa provocasse coscientemente la violenza per cercare qualche forma perversa di godimento”.

Sandra Filippini, grande studiosa della violenza di genere in ottica psicoanalitica, ci insegna che il perpetratore ha un assetto narcisistico di personalità, che non riconosce l’esistenza dell’altro, ma dell’altro ha assoluto bisogno per sentirsi vivo ed esistente attraverso l’esercizio del dominio e del controllo. A questo si aggiunge un tratto sadico perverso: il gusto nel controllare una persona e nel provocarle sofferenza.
Come sostiene la Filippini e come ho potuto osservare nel lavoro con le donne vittime di violenza, è solo dopo un certo periodo, tipicamente idilliaco, che il rapporto inizia a pervertirsi. L’uomo cerca in primis di isolare la donna dalla sua rete parentale ed amicale, per poi iniziare con le violenze, portandola a non fidarsi più delle proprie percezioni. La donna a questo punto cerca di adeguarsi alle costanti richieste del compagno, di cambiare se stessa e di compiacerlo, ma nonostante tutto lui continua a trattarla con disprezzo. Inizialmente lei percepisce un forte senso di impotenza, che viene successivamente negato per essere sostituito con un meccanismo di onnipotenza, che rappresenta il tentativo di ristabilire il controllo della situazione. Tuttavia la violenza si ripete ciclicamente e questo porta la donna a sperimentare un forte senso di colpa, perché si attribuisce sia le responsabilità di ciò che accade a lei, nonché di ciò che devono subire i figli. La donna finisce per pensare di meritare ciò che le accade. E’ entrata nella cosidetta spirale della violenza. L’essenza di questa relazione perversa consiste nel trasformare la relazione con l’altro in relazione di potere, ottenere il controllo sulla donna, esercitare su di lei il proprio dominio.

Fonagy ci da un contributo fondamentale per la comprensione degli uomini che esercitano violenza sulle donne, ipotizzando un collegamento tra stili di attaccamento, qualità delle cure parentali e capacità di mentalizzazione. Egli sostiene che questi uomini da bambini siano stati coinvolti in un attaccamento disorganizzato. Cosa significa? Questi bambini mostrano comportamenti contraddittori e timorosi nei confronti della madre, dati dal conflitto fra il bisogno di rivolgersi al genitore per accudimento e rassicurazione e la contemporanea percezione che il genitore possa essere la fonte stessa della sua paura per incapacità, patologia o crudeltà, o perché incomprensibile, imprevedibile o apertamente spaventante. Il bambino viene invaso da questi aspetti della mente del genitore, e non potendo proteggersi si disorganizza. Nei casi in cui il processo di sviluppo prende la via della difesa perversa, il controllo punitivo dell’altro potrebbe rappresentare l’unica strategia contro la minaccia della disintegrazione o dell’annichilimento del Sé.

Come mette in luce Recalcati parlando di queste relazioni che sfociano nel tragico epilogo del femminicidio, l’uomo che ammazza la donna che l’ha abbandonato, o ha cercato di farlo, mostra che per lui il legame non era fondato sulla solitudine reciproca, ma agiva come una protezione fobica rispetto all’angoscia della solitudine. Una donna, per un uomo, nell’ottica di Recalcati, rappresenta l’incarnazione di tutto ciò che non si può mai disciplinare, sottomettere e possedere integralmente; ecco perché la violenza diventa l’unico modo per riuscire a governarla.

Altre teorizzazioni hanno posto l’attenzione sulle differenze nel percorso evolutivo dei due sessi a partire dal rapporto con la madre, in cui si intrecciano dipendenza e identificazione. Per costruire la propria identità per il maschio è necessario abbandonare l’identificazione e differenziarsi dalla madre, tenendo separato il maschile dal femminile, che per lui è vissuto come una minaccia identitaria. E’ spinto a prendere le distanze da ciò che è emozione, condivisione empatica, legame profondo. Cosa ne fa il maschio di questi aspetti? L’esito psicopatologico è che per il bisogno di difendersi dall’angoscia di perdersi nel femminile possano esprimersi nel bisogno di svalutare la donna, fino ad arrivare ad esercitare controllo e violenza su di lei. Per le bambine invece la difficoltà sta nel costruire la propria indipendenza e affermazione di sé come soggetto, e il loro problema diventa spesso, una volta donne, come identificarsi senza annullarsi, come modulare dipendenza e autonomia con il proprio partner.

Per una donna, così come per un uomo che voglia intraprendere un percorso terapeutico per uscire da queste dinamiche relazionali, è necessario partire dal riconoscimento, dalla comprensione di questi aspetti, per poi poter affrontare un cambiamento.

Maria Grazia A. Flore

Bibliografia

Guerrini B. (2011), Attaccamenti perversi, Psiche Rivista di cultura psicoanalitica, da http://www.psichespi.it/.
Filippini S. (2005), Relazioni Perverse. La violenza psicologica nella coppia, Franco Angeli, Milano.
Fonagy P. (2001), Uomini che esercitano violenze sulle donne: una lettura alla luce della teoria
dell’attaccamento. In Fonagy P. e Target M., Attaccamento e Funzione Riflessiva, Cortina, Milano.
McWilliams N. (1994), La diagnosi Psicoanalitica, Astrolabio, Roma.
Recalcati M. (2013), Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre,