LE NEUROSCIENZE: QUESTE SCONOSCIUTE, NONOSTANTE TUTTO!

LE NEUROSCIENZE: QUESTE SCONOSCIUTE, NONOSTANTE TUTTO!

Dott.ssa Valentina Carloni

Neuroscienze CalliopeBPS

Questo articolo vuole essere un’occasione di riflessione in merito all’emergere delle Neuroscienze, un insieme di discipline scientifiche sempre più in voga al momento, tanta è la diffusione dell’argomento su riviste divulgative, mass media e materiali prettamente scientifici.

All’interno di questo campo di studio troviamo discipline come la Fisica, la Chimica, le Nanotecnologie, l’Ingegneria, l’Informatica, la Medicina, ma anche la Psicologia, che viene arricchita dal prefisso neuro e si occupa dello studio del comportamento dal punto di vista cerebrale.

Fino a una manciata di decenni fa in pochi erano a conoscenza di quello che accade nel cervello umano. Dagli anni ’90 del secolo scorso, definiti come “la decade del cervello”, sono aumentate esponenzialmente le scoperte, le pubblicazioni, le iniziative e i laboratori di ricerca. Questo è accaduto grazie a metodi d’indagine sempre più raffinati con cui l’uomo ha potuto ampliare in maniera significativa le proprie conoscenze sul funzionamento del cervello osservandolo dall’interno.

Questa vera e propria rivoluzione ha spinto a formarmi in questo campo e ad interessarmi allo studio del cervello, “l’oggetto fisico più complesso dell’universo” secondo il neuroscienziato Gerald Edelman.

Che cosa ha insegnato la ricerca di base in Neuroscienze negli ultimi anni?

Innanzitutto che il nostro cervello si modifica nel tempo, anche in età adulta. Il cervello che subisce una lesione, vascolare o traumatica che sia, si riorganizza perché “plastico”, quindi capace di formare nuovi circuiti neuronali in modo da limitare il danno provocato dalla lesione. Ecco perché oggi si sente parlare – ancora fin troppo poco a mio avviso- di “riabilitazione cognitiva”: proprio perché è possibile aiutare una persona a “riorganizzare”, dunque a migliorare le sue funzioni cognitive…il nostro cervello è sempre in divenire!

Numerosi studi hanno evidenziato che la capacità di riorganizzazione dei circuiti neuronali, e quindi di apprendimento, si osserva anche in età avanzata. Ebbene sì. E’ possibile modificare il nostro “assetto” cerebrale attraverso un esercizio che mantenga ad un livello costante e ottimale l’agilità, la flessibilità e le prestazioni del cervello. Di che cosa si tratta? E’ una sorta di “ginnastica mentale”, che allena e potenzia la mente, così come l’aerobica attiva i muscoli e favorisce la coordinazione e la flessibilità del corpo. Questo esercizio mentale può essere praticato autonomamente attraverso attività usuali, come fare un cruciverba o un sudoku, ma anche con l’aiuto di uno psicologo, che modella le attività sulla base delle specifiche abilità cognitive del singolo. Nei soggetti con deterioramento cognitivo la ginnastica mentale, o più precisamente “stimolazione cognitiva” si configura come un intervento finalizzato al benessere complessivo della persona in modo da incrementarne il coinvolgimento in compiti orientati alla riattivazione delle competenze residue e al rallentamento della perdita funzionale causata dalla patologia dementigena.
Al dilagare dell’interesse scientifico nei riguardi delle Neuroscienze corrisponde, tuttavia, un analogo interesse del grande pubblico?

Negli Stati Uniti, a tal proposito, i neuroscienziati americani hanno promosso l’educazione neuroscientifica tra i giovani studenti, organizzando l’International Brain Bee (IBB), un concorso scolastico a cui hanno aderito studenti delle scuole superiori di tutto il mondo. In Europa, invece, sono ancora modeste le risorse finanziarie che vengono destinate alla divulgazione in questo campo. L’Unione Europea, tuttavia, nel 2008 ha finanziato il progetto BID (Brains In Dialogue: Brain science at the service of European citizens), conclusosi nel 2011, il cui scopo è stato quello di promuovere il dialogo tra scienziati, medici, pazienti, avvocati, sociologi, giornalisti e cittadini, facilitare il confronto sull’impiego di tecnologie innovative, discuterne potenzialità e limiti.

L’Italia quanto conosce le Neuroscienze? Secondo l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società, il 71,6% della popolazione ha grandi aspettative soprattutto a livello terapeutico, ritenendo che le Neuroscienze possano contribuire a individuare una cura per malattie come l’Alzheimer o il Parkinson. Sei su dieci confidano che con queste ricerche si possa comprendere lo sviluppo del linguaggio umano. Solo due su dieci ritengono che esse possano trattare in modo rilevante dipendenze comportamentali come alcolismo e tossicodipendenza. Ancora inferiore (appena uno su dieci) la quota di intervistati secondo cui le Neuroscienze dovrebbero occuparsi di fenomeni come tristezza e infelicità, innamoramento, affettività e coscienza. Solo il 4,6% reputa le Neuroscienze capaci di studiare in modo significativo la spiritualità.

Massimiano Bucchi, professore di Scienza tecnologia e società all’Università di Trento spiega che “gran parte degli intervistati, soprattutto di sesso femminile, considera la psicologia la disciplina più adatta a indagare quasi tutte le suddette questioni. Fa eccezione la spiritualità, riconosciuta come ambito caratteristico della religione. Alla filosofia è anche riconosciuto un ruolo più rilevante delle neuroscienze per quanto riguarda i temi dell’affettività, dell’innamoramento e della coscienza”.

Sembrerebbe quindi che anche in Italia si inizi a manifestare interesse e fiducia nei riguardi delle Neuroscienze, tuttavia non sempre i mass media fruiscono un’informazione corretta. Troppo spesso, infatti, vengono proposti concetti complessi e difficili con sintesi spesso azzardate ma attraenti per il grande pubblico. I neuro-miti, idee infondate o distorte diffuse sia in Italia che in tutto il mondo, vanno sfatate perché utilizzate in modo inappropriato – ad esempio a scuola, dove spesso vengono attivate pratiche educative inefficaci.

Per citarne alcune: il fatto che usiamo solo il dieci per cento del nostro cervello? Una bufala! In realtà l’intero cervello funziona sempre, perfino quando dormiamo. E quando le immagini di neuroimaging ci mostrano isole colorate su sfondo nero, stanno solo evidenziando che esistono tra le aree cerebrali livelli di attivazione diversi e variabili, secondo i compiti che il soggetto svolge e i momenti. L’emisfero destro creativo? Una sciocchezza. È vero che i due emisferi non sono uno la replica dell’altro e che certe funzioni sono lateralizzate (per esempio, il linguaggio fa capo all’emisfero sinistro, mentre l’emisfero destro è più implicato nei processi visuo-spaziali) ma è anche vero che i due emisferi cooperano costantemente e si scambiano informazioni attraverso quello che il dr House chiama “il George Washington Bridge del cervello”, una struttura celebrale chiamata corpo calloso.

Paradossalmente, di fronte al proliferare dell’interesse nei riguardi delle Neuroscienze, non sempre corrisponde l’applicazione di queste scoperte nella pratica clinica. Le recenti acquisizioni, infatti, stentano ancora oggi ad inserirsi nei campi dedicati, soprattutto in quello della Psicologia clinica. Come mai? Secondo Cristiano Castelfranchi, docente di Scienze Cognitive all’Università di Siena e direttore del CNR di Roma, “le Neuroscienze ad oggi procedono in modo grezzo e pretendono di trovare dei correlati immediati di fenomeni comportamentali o psicologici, facendo un lavoro di localizzazione, che dice quasi nulla. In sostanza si fa una specie di mappatura geografica del cervello: qui sta la fiducia, qui sta la paura, qui sta la previsione, qui sta la pianificazione”. In questo modo, quindi, si rischia di non tener conto della complessità della nostra mente, trascurando tasselli importanti del nostro comportamento. Lo scienziato pertanto auspica modelli teorici più seri ed articolati, scientificamente “inattaccabili” ed utilizzabili nella pratica clinica.

Tuttavia, nonostante il flebile legame che unisce lo studio teorico alla pratica clinica, è ormai consolidato che la psicoterapia produca cambiamenti significativi nel comportamento e nel cervello. Western e colleghi [Westen, D., Gabbard, G. O. 2002], ad esempio, hanno dimostrato che pazienti con schizofrenia cronica trattati con psicoterapia presentano alla risonanza magnetica cambiamenti nell’attivazione di aree cerebrali fronto-corticali associate alla memoria di lavoro. Ciò dimostra cambiamenti biologici (cognitivi) dovuti esclusivamente alla psicoterapia. In conclusione, si può affermare che le Scienze Psicologiche e le Neuroscienze si occupano dello stesso oggetto d’indagine, anche se il loro approccio interessa punti di vista differenti: parlare di mente o di cervello significa parlare della stessa cosa su livelli diversi.

Paradossalmente, le Neuroscienze sono l’unico campo accademico in cui l’oggetto di studio e il mezzo per studiarlo coincidono. La sfida più ambiziosa per l’Uomo sarà quella di utilizzare la propria mente nel miglior modo possibile per studiarne i suoi affascinanti processi.

 

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA

Di Nuovo S., 2014, Prigionieri delle neuroscienze?, Giunti: Firenze.

Scrimali T., 2010, Neuroscienze e psicologia clinica. Dal laboratorio di ricerca al setting con i pazienti. Franco Angeli: Milano.

Western D., Gabbard G.O., 2002, Developments in Cognitive Neuroscience: I. Conflict, Compromise and Connectionism, J. Am. Psychoanal. Assoc., 50: 53-98.

www.units.it/brain/ Centro interdipartimentale BRAIN (Basic Research And Integrative Neuroscience), Università di Trieste.

http://www.stateofmind.it/2014/07/neurofobia-psicologia-neuroscienze/

 

Letture di approfondimento

Ci sono molti libri affascinanti per continuare a leggere di scienze e neuroscienze. Eccone alcuni:

Vilayanur S. Ramachandran, Sandra Blakeslee, La donna che morì dal ridere, Mondadori, 2003. Un‛affascinante narrazione del dolore da arto fantasma e di altri disturbi del sistema nervoso.

Oliver Sacks, L‛uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi, 2001. Un racconto preciso e divertente degli effetti dei danni cerebrali sulla mente.

Jean-Dominique Bauby, Lo scafandro e la farfalla, TEA Ponte alle Grazie, 1997. La storia personale e commovente delle conseguenze di un ictus.

Richard P. Feynman, “Sta scherzando Mr. Feynman!” Vita e avventure di uno scienziato curioso, Zanichelli, 2007. L‛eclettico fisico suonatore di bonghi. Un eroe per tutti i giovani scienziati.