Il valore dell’accoglienza – L’affidamento familiare

Foto Codice adaf

Nel cominciare questa semplice riflessione sui temi che riguardano l’istituto dell’Affidamento familiare, mi sospinge e pungola più di qualsiasi altra cosa, il bisogno di analizzare lo stile di vita di cui ha necessità e che si struttura in costanza di quest’ambito.

 

Capita già, quando ci sono dei bambini, non importa a quale titolo, che sentiamo la necessità di adeguare il nostro comportamento di adulti consapevoli in modo da renderlo utile anche a loro.

Articoliamo la nostra espressione verbale e ci assicuriamo di essere stati compresi, il tono della voce assume le sue tonalità più dolci e l’espressione del viso tende alla distensione.

L’affidamento familiare, questa risorsa di gentile accoglienza e buona disposizione verso noi stessi nell’incontro con gli altri, si avvale di questa “naturale” competenza.

È utile ogni volta che si presenta una condizione di accudimento inadeguato ai bisogni di crescita di un bambino: quando la sua famiglia non ce la fa, del tutto o in parte.

E l’origine di questo disagio è, penso di poterlo dire con forza, situabile nella disarmonia con cui si è organizzata la famiglia umana.

Attualmente l’attenzione esistenziale è collocata intorno a scopi generalizzati, che sembrano voler poggiare su una certa oggettività, conformemente accettata/subita da tutti e da ciascuno: il benessere deve essere mostrato, il lavoro retribuito è indispensabile, se non si ha, non si “è”.

A me sembra, quando mi fermo un momento e osservo quello che mi gira intorno, che ci sia più gratificazione (la parola gioia o felicità sembrano sproporzionate al giorno d’oggi) in chi ha relazioni vive e spende ancora qualche momento col prossimo, in chi considera il lavoro non remunerato complementare all’altro.

Allora mi domando perché non estendiamo questo stile di vita il più possibile, tanto da portarci su un sentiero meno accidentato per ciascuno di noie di conseguenza per la società cosiddetta civile.

Adesso che abbiamo il grano dobbiamo pensare alla futura farina.

Ci vorrà una maturazione, un po’ di tempo ci vorrà certamente fra l’intenzione di collaborare, il lavoro che ne sarà conseguente e il bel risultato, alla fine quasi insperato.

Però dice un proverbio, “Chi non risica, non rosica”. Il proverbio è chiaro, prende ad esempio il topino che pur di rosicchiare, vince il terrore della trappola.

A me, che sono persona, piacerebbe essere almeno come il topino e rischiare di vivere sì con fatica, ma in collegamento con la mia umanità.

Vorrei essere quella discreta rete di sostegno che salverebbe dalla caduta rovinosa l’artista circense durante il suo esercizio acrobatico.

E faccio questa analogia perché vedo i genitori come artisti della vita e il loro “esercizio” è necessario sia ben eseguito, frutto di tutti gli allenamenti e i sostegni possibili.

Tanto per citare “I have a dream…”

Luciana Checcucci
Presidente Codice adaf
Associazione di genitori affidatari e adottivi